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Quei vitigni resistenti alle malattie

9 giugno 2016

VITICOLTURA SOSTENIBILE. La ricerca sul genoma di Cannonau, Bovale, Vermentino, Carignano
Ibridi creati dagli autoctoni sardi, il rischio delle varietà esterne

 
La resistenza darà la scossa. Il futuro, che bussa già alle porte del vigneto sardo, è dei vini nati da vitigni resistenti , appunto. Piantine di sana e robusta costituzione tanto da non aver bisogno di sciroppi inquinanti o velenosi ricostituenti in polvere. È la viticoltura sostenibile, non una semplice tendenza ma una vera rivoluzione che si sta diffondendo anche in Sardegna. A riaprire il dibattito sul rapporto tra piante resistenti alle malattie e vitigni autoctoni è Giovanni Nieddu, dipartimento di Agraria dell'Università di Sassari che da oltre dieci anni coordina una ricerca sul genoma di vite Cannonau, Bovale, Carignano e Vermentino, piattaforma preziosa per la creazione di varietà resistenti dai vitigni autoctoni dell'Isola.

TENDENZA BIO L'Oiv, l'organizzazione che raggruppa i principali Paesi produttori di vino definisce la viticoltura sostenibile come «un approccio su scala globale dei sistemi di produzione e di trasformazione delle uve, associando la perennità economica delle strutture e dei territori, l'ottenimento di prodotti di qualità, la presa in considerazione delle esigenze di una viticoltura di precisione, dei rischi legati all'ambiente, alla sicurezza dei prodotti e alla salute dei consumatori», oltre alla valorizzazione dei «patrimoni storici, culturali, ecologici e paesaggistici». Niente chimica.

IL PIANO «Creare piante più resistenti a fitopatologie dovrà corrispondere a una eliminazione di trattamenti chimici, riduzione dei residui di lavorazione, miglioramento delle prospettive economiche dell'azienda, tutela dell'ambiente e della vigna, salvaguardia della salute dei consumatori e dei produttori», spiega Gianni Nieddu. Dal biologico all'agricoltura integrata, dal biodinamico al vigneto sinergico. C'è un po' di tutto nella vigna sarda in fatto di metodi sempre più green. Ma per Nieddu che a fine maggio nell'incontro organizzato da Laore ad Alghero e coordinato da Renzo Peretto, ha parlato di viticoltura sostenibile «nessuna di queste soluzione è priva di problematiche. L'approccio più efficace resta quello legato alla creazione di ibridi e alla genetica della pianta». Nieddu spalanca una finestra su un aspetto molto innovativo, su cui l'Isola non può farsi trovare impreparata. Germania, Francia, Ungheria, Austria, fanno scuola. Ma anche nel Friuli si scommette sulle piante resistenti con una forte attenzione ai vitigni autoctoni. «A Udine dal 1998 hanno creato dieci nuove varietà, oggi iscritte al Catalogo nazionale dei vitigni. Ibridi con un'alta capacità di resistenza alle malattie». Il che significa vigna e vino sani.

LA STORIA «Quando per la prima volta si sperimentò la strada degli ibridi - spiega - incroci della vite americana con quella europea si ebbero piante resistenti alla peronospera ma con una serie di problematiche». Le nuove piantine con troppo sangue Stelle&strisce si dimostravano meno resistenti alla fillossera. «Il vino presentava aromi anomali, sentori di selvatico e poco piacevoli di fragola. Elevati livelli di metanolo». L'Italia li mise al bando. La Francia investì nella ricerca e dai primi incroci si ottennero nuove generazioni ricche sempre più di sangue europeo e meno Usa. «Oggi esistono 370 varietà resistenti ottenute in 25 Paesi. Noi dobbiamo rafforzare le nostre varietà autoctone, piuttosto che trovarci costretti a breve a comprare varietà esterne», mette in guardia Nieddu. È l'approccio genetico: non una minaccia ma una frontiera su cui confrontarsi.
Roberto Ripa


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