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Università, la fuga al Nord

24 giugno 2018

L'indagine della Svimez sulla crisi degli atenei del Mezzogiorno
In 10mila fuori dall'isola
di Gianna Zazzara

SASSARI Pochi studenti, finanziamenti ridotti, scarso sostegno al diritto allo studio. E un territorio che offre pochissime opportunità di lavoro. L'elenco dei mali dell'università sarda è lungo. Ma ce n'è uno che simboleggia più di altri la cronicizzazione del malessere: l'esodo degli studenti più bravi verso gli atenei del nord. Accade alla fine del liceo, oppure dopo il primo ciclo di università. Ma cosa cercano i ragazzi che vanno a studiare fuori dall'isola? Corsi in linea con le nuove richieste del mercato del lavoro (ingegneria e informatica in testa) e, soprattutto, maggiori opportunità di lavoro una volta laureati. Basta un dato a spiegare il fenomeno: secondo Almalaurea il tasso di occupazione è del 52,5% tra i laureati del Nord e del 35 al Sud. A un anno dalla laurea i ragazzi del Nord hanno uno stipendio più alto del 24% rispetto ai colleghi meridionali. Ecco perché i ragazzi vanno via. Per avere un futuro, dal momento che qui non hanno la possibilità di percorrere la loro strada. Il treno per il nord. In Sardegna il 20% degli studenti residenti prosegue gli studi in un ateneo del nord (in testa i politecnici di Milano e Torino e la Bocconi per economia) oppure del centro. Nell'anno accademico 2016-17 sono 9.528 i ragazzi che hanno deciso di studiare fuori dall'isola. Il restante 80% - 37.701 su 47.229 - ha invece deciso di restare.

A stimare la perdita degli studenti da parte delle università sarde sono stati i ricercatori dell'istituto Svimez. I dati sono contenuti in un'indagine dal titolo «L'università nel Mezzogiorno» che sarà presentata oggi a Roma.«Il fenomeno ha assunto connotazioni preoccupanti - scrivono i ricercatori - A fare la scelta di migrare sono i cosiddetti best and brightest, cioè i migliori e i più intelligenti». Quelli che escono dal liceo con 100, e magari anche la lode, e quelli che conseguono la laurea triennale col massimo dei voti. «In particolare negli ultimi 15 anni il saldo della migrazione intellettuale è risultato pesantemente negativo per le regioni del Mezzogiorno - si legge nella ricerca - Il movimento opposto è praticamente assente: la quota di giovani residenti nelle regioni del Centro-Nord che frequenta un'università del Mezzogiorno è infatti appena dell'1,9%, solo 18mila studenti». Tutto questo comporta per il Mezzogiorno un costo di 3 miliardi l'anno, tra i 75 e i 95 milioni per la Sardegna. Come spiega l'istituto di ricerca, «si tratta in sostanza della decisione di anticipare la decisione migratoria già al momento della scelta universitaria: l'obiettivo è avvicinarsi ai mercati del lavoro che vengono ritenuti maggiormente in grado di assorbire capitale umano ad alta formazione».

E se la perdita di una quota così rilevante di giovani ha, già di per sé, un effetto sfavorevole sull'offerta formativa delle università meridionali, secondo Luca Bianchi, direttore Svimez, «ben più gravi sono le conseguenze che derivano dalla circostanza che, alla fine del periodo di studio, la maggior parte degli studenti emigrati non ritorna nelle regioni di origine, indebolendo le potenzialità di sviluppo dell'area attraverso il depauperamento del cosiddetto capitale umano, uno degli asset più importanti nell'attuale contesto». I costi per le famiglie. Per mantenere uno studente universitario fuori sede ogni famiglia spende in media dagli 8 ai 10mila euro l'anno. Il totale della spesa può raggiungere i 95 milioni. Sono soprattutto i ragazzi galluresi (36%), nuoresi (31%) e ogliastrini (26%) ad decidere di andare a studiare fuori dall'isola. Meno grave, invece, l'emorragia intorno ai due grandi poli di Sassari e Cagliari, dove ci sono le sedi delle due università storiche. Pochissimi invece gli studenti che decidono di trasferirsi per motivi di studio nell'isola: sono appena 585 gli studenti non sardi.


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