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Archeologia, Othoca e Neapolis: scrigni sommersi

8 giugno 2019

Forse Oristano era uno dei posti più adatti, in Sardegna, per ospitare una scuola di specializzazione in beni archeologici che avesse come fiore all'occhiello l'unico corso in tutta Italia di archeologia subacquea.

Nesiotikà, così si chiama la scuola di specializzazione - unica in Sardegna ad aver sede fuori dai due centri universitari di Cagliari e Sassari - "ciò che riguarda le isole", in greco antico. Nacque nel 2011, per volontà dell'Università di Sassari e del Consorzio Uno, l'istituzione che mette insieme i corsi dei due atenei sardi che si svolgono, in vari ambiti di studio, a Oristano. Da pochi giorni ha festeggiato il traguardo del centesimo diplomato e ora punta a crescere, anche grazie alla recente nascita in città del Centro Internazionale di Ricerca sulle Civiltà Egee.

Città sommerse Oristano è una città che, pur sorgendo a pochi chilometri dal mare, non ha mai respirato l'aria dei centri portuali, molto più solidamente legata al suo entroterra agricolo, ma che tutto intorno pullula di tesori sommersi. A cominciare dalle tre città che, in antichità, dominavano il suo golfo: Tharros, Othoca e Neapolis. La prima è visibile da tutti, incastonata nel promontorio di Capo San Marco, ma il suo porto è sommerso dalle acque. Othoca, invece, si trova ben nascosta sotto il centro abitato di Santa Giusta e anche il suo porto è nascosto sotto le acque fangose dello stagno. Di Neapolis, invece, resta pochissimo: sulle rive della laguna di Marceddì, al confine tra i Comuni di Guspini e Terralba, sono state soprattutto le ricerche subacquee a permettere di individuare con certezza il suo porto, come racconta il direttore della scuola, l'archeologo oristanese Raimondo Zucca. Ma c'è altro, basti pensare a Cabras dove, a qualche metro dalla chiesa di Santa Maria, lo stagno ha sommerso i pochi resti di un castello, citato nei documenti storici come Masone de Cabras. Tutto svanito ormai, come svanì nel nulla l'ambizioso progetto politico del giudice arborense Barisone II.

Giudicati Quando ancora Oristano era un pugno di casette realizzate dai profughi che sfuggivano alle incursioni barbaresche, il castello di Cabras fu il centro politico e militare del tentativo di Barisone di unificare l'isola sotto il suo regno. Riuscì a farsi nominare re di Sardegna dall'imperatore Barbarossa, nel 1164, ma fu sconfitto più volte dagli eserciti di Cagliari e Torres e rimase per anni prigioniero a Genova, incapace di pagare i suoi debiti con la ricca repubblica marinara. A qualche chilometro di distanza, sorge Cuccuru is Arrius, uno dei siti archeologici più significativi per lo studio dell'epoca prenuragica: fu scoperto nel 1976 grazie ai lavori per la realizzazione del canale scolmatore, il largo collegamento artificiale tra lo stagno e il mare, ma ciò che lo portò alla luce fu anche ciò che lo condannò all'oblio. In quegli anni si pensava che lo scolmatore andasse fatto a tutti i costi, e gli archeologi ebbero poco tempo per indagare la zona, poi tutto finì sott'acqua, tranne che per una piccola isoletta: oggi gli archeologi che vogliono esplorarlo devono armarsi di bombole e pinne e tuffarsi nelle acque limacciose di Mar'e Pontis e aver frequentato la scuola di Nesiotikà è sicuramente un punto di partenza imprescindibile per chi aspira a studiare il sito. L'antica scuolaIn quei secoli il Golfo era snodo di una rete estesa di scambi commerciali e relazioni internazionali e la scuola di specializzazione è riuscita in un certo senso a ricreare questa situazione.

Tutto più in piccolo, certo, e limitato all'ambito accademico. Ma come descrivere, altrimenti, l'esperienza di una studentessa iraniana che, proprio grazie al suo arrivo alla scuola di specializzazione oristanese, ha avviato un percorso di studi che l'ha portata fino all'Università di Tromsø, nella Lapponia Norvegese? In Norvegia Sheila Moshfeg studierà le possibilità offerte dall'intelligenza artificiale nella tutela dei siti archeologici costieri dall'erosione e dall'innalzamento delle acque. Sheila è nata ad Hamadan, città iraniana in cui morì nel 1037 lo studioso persiano Avicenna, l'uomo che, con le sue opere, permise di ridare vita allo studio del pensiero aristotelico nell'Europa medievale. Da Hamadan a Tromsø, nel circolo polare artico, ci sono 5 mila chilometri, nulla di eccezionale nell'epoca della globalizzazione. Un'isola di mezzo Ciò che colpisce è che a mettere in contatto queste due realtà sia proprio la Sardegna: senza gli studi nella scuola di specializzazione di Oristano, difficilmente Sheila avrebbe coperto questa distanza. Così si scopre che la strada più breve tra la Lapponia e l'Iran passa per il Chiostro del Carmine di Oristano, sede del Consorzio Uno e di Nesiotikà.

Sheila è solo uno dei tanti casi di studenti stranieri, tra i dodici diplomati dell'ultima sessione c'era anche un ragazzo galiziano, Brais Davilla, che ha cercato di ricostruire a livello sperimentale, con la sua tesi, le imbarcazioni utilizzate nell'antichità per collegare l'Atlantico e il Mediterraneo. «L'obiettivo dell'ateneo di Sassari, quando si decise di fondare Nesiotikà a Oristano - spiega il professor Raimondo Zucca, direttore della scuola -, era proprio quello di attrarre studenti internazionali e ci siamo riusciti, anche grazie al fatto che siamo l'unico corso in Italia dedicato alle isole e all'archeologia subacquea».Gli studentiIl respiro internazionale non riguarda solo gli studenti, anche i docenti e i professori dell'Università di Sassari hanno scelto di fare un gesto concreto per permettere di invitare il maggior numero possibile di colleghi provenienti da altri atenei. Nessun compenso per loro: con una delibera ratificata dal senato accademico i docenti dell'università di Sassari che insegnano nella scuola di specializzazione hanno rinunciato a qualsiasi forma di retribuzione relativa alla sede oristanese. «Questa non è una scuola autoreferenziale - spiega il direttore del dipartimento di Storia dell'ateneo sassarese, il professor Marco Milanese -, in Nesiotikà vogliamo dare qualcosa in più agli studenti rispetto ai corsi di studio che hanno frequentato in precedenza e per questo i docenti hanno scelto di prestare servizio gratuitamente».

I soldi risparmiati, infatti, vengono utilizzati per invitare professori provenienti da altri atenei: «Veri e propri luminari - racconta ancora professor Zucca - accademici dei Lincei, accademici di Francia, docenti che arrivano da università italiane ed europee, ma anche da quelle del Nord Africa: Nesiotikà ha un fortissimo legame con il mondo della ricerca archeologica internazionale». I tirociniLe attività pratiche, i tirocini e gli scavi sono un pilastro dell'attività di Nesiotikà: le due Neapolis, il porto di Tharros, il porto di Su Pallosu nella marina di San Vero, ma anche scavi terrestri nel Pretorio romano di Is Bangius a Marrubiu o nei siti nuragici di Iloi a Sedilo, di Santa Barbara de Turre a Bauladu e di Mont'e Prama a Cabras. Ma non c'è solo l'antichità fra gli obiettivi dell'archeologia odierna. A partire dal 3 giugno gli studenti di Nesiotikà, insieme ai dottorandi dell'università di Sassari e a studenti provenienti da altri atenei, prendono parte a una scuola estiva organizzata all'Asinara dal professor Marco Milanese. «L'argomento della scuola è l'archeologia della Prima Guerra Mondiale - spiega Milanese - e il nostro obiettivo è quello di ricostruire con sempre maggior precisione la vicenda dei campi di prigionia per i soldati austro-ungarici disseminati nell'isola». I campi di prigionia dell'Asinara ospitarono circa 20 mila soldati, almeno 7 mila dei quali morirono, falcidiati, soprattutto dal colera. «Ogni campo - racconta Milanese - aveva un accesso al mare indipendente, con moli per l'attracco delle imbarcazioni che trasportavano i rifornimenti».


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